Gomorra – La fine di un amore ! intervista a Genny

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Gomorra

Gomorra – La fine di un amore ! intervista a Genny

Gomorra – La sua voce, inconfondibile. Un timbro che si identifica alla prima parola, ed anche se ora Gomorra finirà, sarà impossibile dividere Salvatore Esposito da Gennaro Savastano: «Ma a me fa piacere che la gente mi identifichi in lui. La fine della serie è un po’ come una bella storia d’amore: ti lascia grandi ricordi ed emozioni, ma anche tristezza di abbandonare qualcosa che è stato tuo per tanto tempo».

La quinta ed ultima stagione della serie tv che ha conquistato il mondo è alle porte, la chiacchierata con Salvatore avviene a Venezia, dov’era ospite del Festival per presentare il suo primo romanzo, Lo Sciamano. E dove ha tenuto una masterclass con il regista Mario Martone per gli studenti del Naba di Milano, un progetto promosso dal brand di tecnologia Xiaomi. Il che vuol dire che oggi per fare cinema basta anche solo un semplice (ma non troppo) smartphone: «Io la vedo come una grande opportunità. In fondo è un po’ come il giornalismo: non è importante come scrivi un articolo: con la penna, la macchina per scrivere, il computer. L’importante è cosa ci metti dentro, l’anima».

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Gomorra – L’importante è che il cinema resti magia.

«E lo è, sempre. La cosa che conta è la qualità di un film, il racconto che porti sul grande schermo o in una serie Tv. Al giorno d’oggi i nuovi device sono una fortuna. Dopodiché il cinema deve restare cinema, il teatro deve rimanere teatro, le serie Tv devono rispettare la loro identità. I mezzi cambiano sono il modo di fruirne».

A proposito di serie Tv: finisce la Napoli di Gomorra.

«Gomorra non è Napoli. In realtà è una storia che parla delle periferie del mondo. Quelle di cui si parla solo durante le campagne elettorali. Poi nessuno fa mai nulla, ed è quello che raccontiamo».

Non c’è salvezza, allora. Né redenzione.

«Se si guarda in giro, tutte le periferie del mondo sono abbandonate a loro stesse: sono abbandonate dalle istituzioni, da tutti quelli che vanno a chiedere voti senza restituire poi nulla. E sono in mano alle delinquenze, il nome non cambia la sostanza. Noi le chiamiamo camorra, mafia, n’drangheta, da altre parti hanno altri nomi. Ma alla fine sono tutte uguali».

Dicono: Gomorra racconta il fascino del male.

«Non è quello. E comunque non sarebbe una novità: succedeva nella tragedia greca, succedeva con Shakespeare. Io penso che sia meglio dire che si tratta di un immedesimarsi in un racconto. Che poi lo faccia un criminale o un santo, poco importa: ti porta a conoscere qualcosa che magari non avevi considerato. E ti aiuta a pensare».

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