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LA STORIA DELLE VELE

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LA STORIA DELLE VELE
La chiamano “Vela Verde” in un quartiere dove il verde, quello previsto dall’architetto Franz Di Salvo nel progetto degli anni Sessanta, non esiste. Pensate come icone dello spirito architettonico minimalista, in mezzo secolo le Vele di Scampia sono diventate emblema di un altro minimalismo, quello che riduce la vita ai minimi termini, facendone una narrazione radicale, o bianca o nera. E così il male ha fatto di questi complessi, che a Villeneuve-Loubet, in Costa Azzurra, sono ambitissimi dall’alta borghesia, degli “alveari” colmi di male e criminalità. I calcinacci e gli ascensori mai funzionanti parlano da sé, segno di una trascuratezza dei luoghi che si riflette sull’uomo che li abita.

La storia delle Vele

Si è spesso riflettuto se fu il progetto di Di Salvo ad essere criminogeno o, semmai, il contrario. Una domanda, forse, non troppo clemente sulle intenzioni iniziali: il complesso delle sette Vele prevedeva, innanzitutto, una riqualificazione della periferia, con luoghi di aggregazione, chiese, circoli ed attività commerciali. Eppure negli anni quei luoghi sono rimasti vuoti: ossature scarne mano a mano occupate dalla criminalità partenopea. Iniziale luogo di rifugio per Aniello La Monicao’ pazz, giovane boss della Fratellanza napoletana, che fece degli appartamenti non del tutto completati il suo regno senza legge di piani regolatori abortiti e frustrazioni sociali. Scampia non è nata Gomorra, ci è diventata col tempo. Da quando il fiato della camorra si è annidato negli appartamenti occupati abusivamente e trasformati in presìdi, da quanto Polo Di Lauro, “adottato” da La Monica ha infittito il quartiere di un’imponente rete fatta di droga all’ingrosso. Dov’era lo Stato, allora? Quando gli acquirenti di eroina si recavano a Napoli da ogni parte del mondo? È ormai chiaro che la criminalità organizzata attecchisce sempre laddove c’è un vuoto di potere, e le istituzioni dovrebbero ricordarlo.

L’inizio

Forse per la smania di una damnatio memoriae, lo Stato procedette alla demolizione di una vela diciassette anni dopo che il quartiere era stato preso d’assalto dalle famiglie senza casa. Era il 1997 e il primo cittadino di Napoli era Antonio Bassolino. Il tritolo scelto per demolire il primo presidio di un impero senza regole non demolì la carcassa subito. Ci volle una seconda carica, violentissima: c’è chi vi lesse l’amara ironia di una camorra sprezzante davanti allo Stato demolitore. Da allora, sono state abbattute altre due vele: la seconda nel 2000, la terza nel 2003. Ci sono voluti altri tredici anni per arrivare al 20 febbraio 2020, quando la gru ha iniziato a demolire i cornicioni e le balaustre scalcinate e, con esse, il degrado: “Questo è solo l’inizio” recita l’imponente striscione che supera le balconate e i piani: il piano prevede 40 giorni per demolire una superficie di oltre 1.800 metri quadrati. “Scampia vuole tutto” è l’altro slogan che compare. Scampia, la città infangata per anni, su cui grava il marchio favorito dalla narrazione di un contro-Stato, un “parastato”, chiede di riprendersi quella normalità che le è stata negata. Scampia non è Gomorra, appunto.

Fonte:https://www.interris.it/italia/scampia–riscatto-da-gomorra

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