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LO SPIETATO – LA VITA DI SAVERIO MORABITO

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LO SPIETATO

Lo spietato, vita e misfatti di Saverio Morabito, un “manager calibro 9”

Basato su una storia vera, è un film classico e forse convenzionale, ma a suo modo impeccabile e animato da uno Scamarcio in gran forma. Dal 19 aprile su Netflix

Con quattro crime movie girati in 3 anni (ai quali si può aggiungere il ruolo non proprio pulitissimo ricoperto in Loro di Sorrentino) Riccardo Scamarcio ha dato una sterzata alla propria carriera in una direzione che gli calza a pennello e nella quale sembra dare il meglio di sé. In questo momento in cui pare riuscirgli tutto (in Euforia, a Cannes l’anno scorso ha offerto la sua migliore performance di sempre) esce il suo quinto film criminale dal 2016 ad oggi, il più compiuto, puro e per certi versi classico: Lo spietato.

Di passaggio per tre giorni in sala e poi su Netflix dal 19 Aprile, la storia tratta dal libro Manager Calibro 9 di Piero Colaprico, è un romanzo di formazione criminale in cui Scamarcio dà forma, capigliatura e Rolex ad un imprenditore del crimine, prima scagnozzo, poi rapitore negli anni dei sequestri, ancora spacciatore e infine imprenditore a tutti gli effetti con “fabbrichetta” in cui raffina eroina e fucile nella Ferrari. È la storia di un pezzo di Italia che come il protagonista è arrivato a Milano dal sud (dalla Calabria in questo caso) e si è dovuto integrare in un clima e un mondo diverso da quello dei genitori.

Tutto questo non è raccontato tramite un pubblicitario o uno stilista ma Saverio Morabito, uno che rapinava banche prima di fare fuori il proprio boss perché aveva maltrattato il fratello (onesto) più piccolo. Con un accento milanese finto come è finto quello di un ragazzo emigrato già quasi adolescente, Morabito-Scamarcio vuole cavalcare il suo tempo e obbedire alle regole tribali del crimine e dell’imprenditoria, scoprendo che non sono poi così differenti. Lo spietato non lo racconta soltanto ma si fa contaminare dalla sua eccitazione, dal brivido della scalata e dal senso di potenza della conquista.

Renato De Maria al terzo e più compiuto film della sue serie criminale (prima La prima linea poi il bel documentario recitato Italian Gangsters) padroneggia bene i meccanismi del genere. Mobili, i tagli di capelli, i dettagli degli abiti e gli oggetti fanno sì che Lo spietato crei una dimensione credibile in cui la moda è il linguaggio per esprimere se stessi e il segno che fa riconoscere al pubblico intenzioni e possibilità dei personaggi. Il cattivo gusto unito alla capacità di spendere.

Certo Lo spietato è un film così classico da suonare un po’ fuori moda, non proprio un poliziesco moderno ma semmai uno che sembra uscito dagli anni che racconta. Tuttavia in un paese come il nostro, in cui questo genere è rimasto fermo per 40 anni, suona lo stesso come un trionfo vedere una storia non apologetica, vedere il paese raccontato tramite la passione per il crimine, vedere un antieroe ritratto in maniera complessa e non solo tramite la consueta condanna a tinte rosa.

È un piacere vedere un film promettere cinema criminale ed essere capace tecnicamente e artisticamente di mantenere quella promessa, capace di averne sia la durezza che la disperazione sentimentale senza nemmeno una foglia di fico. C’è un grande entusiasmo negli occhi dello spietato e una grande amarezza in quelli di sua moglie, interpretata da Sara Serraiocco, che grazie al cielo non è il segno della retta via timorata di Dio che quest’uomo ha perduto, semmai un retaggio che pare preistorico. Lui è moderno, appartiene alla Milano degli anni ‘80, lei è di un altro mondo, appartiene alla Calabria degli anni ‘50. Nessuno dei due è il beniamino del film, entrambi sono macerie.

Fonte:https://www.wired.it/play/cinema/2019/04/09/lo-spietato-recensione/

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